Innovazione sociale: il cambiamento passa anche dalle istituzioni?

Che la “crisi” (chiamiamola così, per semplicità) abbia determinato una rinnovata domanda di cambiamento è ormai convinzione diffusa.

Se stiamo leggendo questo articolo, molto probabilmente, abbiamo già sentito parlare di innovazione sociale e di ecosistemi resilienti, e abbiamo visto come la partecipazione e il contributo della collettività possa dare risposte efficaci ai bisogni sociali esistenti.

In questo senso, il ruolo del settore privato (imprese e cittadini) e del no profit è evidente, ma quello del settore pubblico (il “governo locale”, le Istituzioni locali) resta meno chiaro e soggetto ad interpretazioni “di parte”.

Quale ruolo possono, allora, avere le Istituzioni nella creazione dell’ecosistema dell’innovazione sociale e del cambiamento?

Scartato, per forza di cose, il modello assistenzialistico (carenza di risorse finanziarie, esperienze fallimentari del passato,…), il contributo delle pubbliche amministrazioni, all’innovazione sociale, non può che centrarsi su modelli collaborativi e di partecipazione.

Una ridefinizione quindi del ruolo delle Istituzioni locali, apertura (al profit, tanto quanto al no profit!) e partecipazione. Partecipazione, da parte delle Istituzioni, che deve avvenire prima, dopo e durante.

A monte, l’Istituzione può agire facilitando e stimolando la realizzazione di progetti innovativi, come nel caso Seul (link) che raccoglie e cataloga le buone prassi di innovazione sociale nel mondo, insieme alle proposte dei cittadini, sistematizzandole, per declinarle sul territorio cittadino (proponendole agli attori che possono contribuire a realizzarle).

Il contributo del governo locale, ex post, dovrebbe invece orientarsi  a divulgare, moltiplicare e favorire le politiche e le iniziative più efficaci nel soddisfare i bisogni sociali, implementando strumenti che permettano di valutarne l’efficacia stessa. In questo senso, l’istituzione di premi e riconoscimenti dovrebbe essere interpretata nell’ottica di una “meritata” vetrina per le iniziative più virtuose e, contemporaneamente, come occasione per identificare, sperimentare  meccanismi di valutazione (e perché no, di misurazione degli impatti).

Infine, il contributo “in-corso-d’opera”, tramite il quale l’istituzione locale dovrebbe attivare meccanismi virtuosi di amplificazione dell’impatto delle iniziative esistenti. Come avvenuto negli Stati Uniti, con il Social Innovation Fund che è stato in grado di coinvolgere il mondo del profit e quello del no profit attraverso leve finanziarie e attraverso la delega a intermediari locali.

Piccoli esempi, ma in grado di delineare il ruolo fondamentale del settore pubblico nel creare i presupposti in grado di promuovere il cambiamento. Ruolo ancor più centrale, se si ha chiaro che l’innovazione sociale, nasce sempre da sperimentazioni locali, e in questa fase embrionale il suo “perimetro” di azione non può che essere quello della città.