Fare il pane, fare innovazione

Errore contemporaneo: parlare di innovazione e pensare ad app per smartphone o a social network ideati da nerd ventiduenni iperconnessi e un po’ asociali. Oggi qui vi raccontiamo una storia di profonda innovazione con due protagonisti che poco o niente hanno a che fare con il web, la Silicon Valley, le venture capital e il business costruito sui bit: oggi vi raccontiamo di una nonna (protagonista n. 1) che fa il pane (protagonista n. 2).

A Roma vive una signora che si chiama Pina Fioretto e che più dieci anni fa, dopo una brutta malattia, si è scoperta intollerante praticamente a tutto. In questo tutto, la cosa che più le mancava era il pane. Il pane, con buona pace dei dietologi e dei nutrizionisti, non soltanto è l’alimento principe della tavola degli italiani, ma è così carico di valenze simboliche da venire universalmente associato alla vita e alla buona salute, e un motivo ci sarà.

Per non rinunciare a mangiare il pane, Pina aveva una sola strada: farselo da sé. Scegliere i semi, raccogliere il grano, fare la macina, imparare la tecnica di impasto e lievitazione, rispettare le temperature in forno. Mica una cosa semplice. Eppure Pina ci è riuscita, dando vita al progetto SEMinARIA (“Il seme gettato a terra germoglia e diventa vita”, spiega Pina), un laboratorio nel quale racconta la sua storia e insegna i metodi più naturali per fare un pane buonissimo. Tra i suoi segreti, Pina annovera il lievito madre di sua nonna, che pezzetto dopo pezzetto è arrivato fino a lei, strumento indispensabile per un pane soffice e fragrante. In giardino, Pina custodisce tanti vasetti dentro cui sono piantati semi arrivati da tutta Italia, regalati da agricoltori che hanno apprezzato, e sposato da lontano, il progetto.

Una storia come questa mi fa pensare a Maurizio Spinelli, il panettiere di 35 anni che produce quello che è stato definito “il pane più buono della Sicilia” e lo produce nel borgo abbandonato di Santa Rita, a 11 chilometri da Caltanissetta. Invece di scappare dall’aridità che circondava lui e la sua famiglia, Maurizio ha preso la questione di petto: “Se resto, devo combattere, mica posso lamentarmi” deve essersi detto quando ha deciso di aprire un forno lì dove un tempo abitavano i contadini del feudo La Lomia e dove adesso vivono solo due famiglie. Il suo è un pane fatto nel mulino a pietra con i grani antichi siciliani, che hanno i nomi di vecchie famiglie nobiliari: Russello, Tumminia, Perciasacchi, Senatore Cappelli. La scelta è ancora più coraggiosa, se pensiamo che un pane di altissima qualità non è certamente un pane facile da vendere. Ma con la certificazione dell’Aiab (l’associazione italiana di agricoltura biologica), Maurizio ha potuto portare i suoi 150 chili giornalieri di pane in tutta Italia, dando un assetto definitivo alla sua eroica attività.

Innovazione, anzi innovazione sociale. Che parte da realtà infinitamente lontane da Mountain View e con mezzi enormemente diversi da un computer connesso a internet: qui, in prima linea, c’è il lavoro delle mani e quello, incessante, di un cuore che non si arrende.