Future Food District a Expo Milano: il supermercato del futuro?

Il decennale braccio di ferro tra tecnologia e tradizione arriva anche a tavola. Anzi, a un passo precedente: il supermercato. Mettiamoci il cuore in pace: nel bene e nel male fino a ottobre non sentiremo parlare d’altro che di Expo Milano 2015, e allora tanto vale restare sintonizzati per cogliere le info più interessanti. Tanto più che uno dei nostri temi preferiti è quello dell’alimentazione.

All’interno del sito espositivo di Expo si trova il Future Food District. E’ un padiglione di 2500 metri quadri, di fronte al quale si staglia un’area ancora più grande – oltre 4500 metri quadri – che funge da piazza pubblica. Lo scopo è quello di indurre noi visitatori a riflettere sul valore etico delle nostre scelte alimentari. Come? Con la tecnologia.

Tutti i prodotti infatti sono sormontati da tavole interattive in grado di fornirci tutte le informazioni sugli alimenti: la loro origine, il loro processo di lavorazione, la loro composizione e i loro principi nutritivi. Una vera e propria etichetta, ma multimediale, completa, esaustiva e capace di rispondere alle esigenze di un consumatore mai come oggi consapevole e attento a cosa porta in tavola. Tracce di realtà aumentata? Probabilmente. E vi conviene non storcere il naso: la tecnologia al servizio della conoscenza è sempre un bene.

Nelle intenzioni che hanno dato vita al Future Food District c’è quella di creare reti di relazioni tra gli utenti (ops, consumatori) e i venditori, quando non addirittura i produttori, abbattendo la barriera invisibile che “protegge” un prodotto quando questo si trova sugli scaffali di un supermercato.

Carlo Ratti, fondatore dell’omonimo studio che ha progettato il padiglione, sostiene che “ogni prodotto ha una precisa storia da raccontare. Oggi questa storia raggiunge il consumatore in maniera frammentata. Ma nel prossimo futuro saremo in grado di scoprire tutto quello che c’è da sapere sulla mela che stiamo guardando: su quale albero è cresciuta, quanta anidride carbonica ha prodotto, quali trattamenti chimici ha ricevuto e infine il suo viaggio fino allo scaffale del supermercato”. E’ un progetto a cui non è difficile appassionarsi. Con la speranza, però, che a farne le spese non siano i produttori locali e i piccoli rivenditori di città.