TRAHIT SUA QUEMQUE VOLUPTAS

Sempre citando la Yourcenar: “Ognuno è attratto da ciò che gli piace.

E se siete arrivati a questa pagina siete di certo attratti dalla Bellezza: così come la intendiamo noi. Bellezza che sembra quotidianamente fuggire la nostra terra. Terra che è rimasta una cornice vuota, orfana di una tela che ha scelto di ingrigirsi ed accartocciarsi piuttosto che subire ancora lo scempio di un popolo imbarbaritosi. Noi crediamo che la barbarie di questa popolazione sia proprio l’incapacità di “sentire”.

Sentire l’appartenenza: nel senso di essere parte di questa terra;

Sentire la responsabilità: verso il futuro e verso chi verrà dopo di noi;

Sentire il dolore: quello di una terra martoriata, ormai alla fine di un ciclo;

Sentire il dovere: il dovere dell’onore verso un passato di gloria ormai dimenticata.

Ed è la dimenticanza, il velo di Maya, che occulta la Bellezza ai nostri occhi. Eppure questa terra è pregna di questa Bellezza. Una Bellezza che è insieme mezzo e fine dell’opera del costruire, o meglio del ricostruire dopo la distruzione.

Le memorie di Adriano che hanno fatto da viatico a queste pagine, non sono quindi un mero diletto pseudo-intellettuale, ma servono a riprendere l’opera dell’imperatore filosofo che dalla restaurazione della Bellezza è stato ispirato per tutta la durata del suo impero.

E in pochi luoghi, come nella nostra città, risiede la forza del “ricostruire”, sempre riesumata dopo i più apocalittici cataclismi. Forza, che sembra appunto abbiamo dimenticato di possedere.

Per questo Kallipolis. La città ideale descritta da Platone. Una città che sia residenza del Bello e del Buono, la sede di una kalokagatìa eterna. Un non luogo, o meglio un luogo del pensiero, un paradigma, per il quale, non ha senso chiedersi se esista già o mai possa esistere, ma a cui bisogna conformarsi per la restaurazione della Bellezza.

Fuori da ogni orticello politico (politico nel becero senso odierno), ma politica in quanto volta al bene delle polis, l’opera di Kallipolis sarà la trasformazione dei concetti e delle idee in fatti e azioni capaci di cristallizzare il giusto fare e di trasmutare nel Bello ciò che oggi lo è solo in potenza.

La falce di Cronos come strumento che mette ordine al Caos e i bastioni eretti dal cacciatore Orione  che rappresentano l’invulnerabilità della polis, saranno simboli di una ricostruzione che segue la traiettoria a spirale dell’innovazione sociale.

Circolarmente, invece, chiudiamo questa discussione ritornando al testo della Yourcenar:

“TRAHIT SUA QUEMQUE VOLUPTAS: ciascuno la sua china; ciascuno il suo fine, la sua ambizione se si vuole, il gusto più segreto, l’ideale più aperto. Il mio era racchiuso in questa parola: il bello, di così ardua definizione a onta di tutte le evidenze dei sensi e della vista. Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo. Volevo che le città fossero splendide, piene di luce, irrigate d’acque limpide, popolate da esseri umani il cui corpo non fosse deturpato né dal marchio della miseria o della schiavitù, né dal turgore di una ricchezza volgare (…)

Volevo che l’immensa maestà della pace romana si estendesse a tutti, insensibile e presente come la musica del firmamento nel suo moto; che il viaggiatore più umile potesse errare da un paese, da un continente all’altro, senza formalità vessatorie, senza pericoli, sicuro di trovare ovunque un minimo di legalità e di cultura; che i nostri soldati continuassero la loro eterna danza pirrica alle frontiere; che ogni cosa funzionasse senza inciampi, l’officina come il tempio; che il mare fosse solcato da belle navi e le strade percorse da vetture frequenti; che, in un mondo ben ordinato, i filosofi avessero il loro posto e i danzatori il proprio.”

[Marguerite Yourcenar, “Memorie di Adriano”]